Spinti dalle onde

Pozzallo come Ellis Island: un paragone azzardato, ma legittimo. Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, circa venti milioni di uomini (molti dei quali Italiani) hanno sfidato il mare e la sorte per conquistare una vita migliore, per sé e per i propri figli, raggiungendo la costa atlantica degli Stati Uniti d’America. Prima però del grande passo verso il sogno americano occorreva superare dure prove: la partenza, il viaggio, l’arrivo.

Lasciare la propria terra, la propria casa, i propri affetti, partire insomma uomini per affrontare un viaggio come bestie e arrivare alla come di merci di scambio. Le stive delle navi, proclamate come alberghi lussuosi per chiunque volesse avventurarsi verso un nuovo destino, forse migliore, altro non erano che recipienti di uomini infelici e tristi, in cui il protrarsi del viaggio per giorni e settimane faceva si che le condizioni igienico sanitarie fossero pessime e le malattie tra questi poveretti dilagassero. Ma cosa poteva importare: si era a un passo da un sogno. Cosa potevano essere questi duri giorni in confronto ad una vita “migliore” nella patria della democrazia?

Il punto di confluenza di tutte queste navi di migranti per l’approdo nelle coste americane era l’isola di Ellis Island, rinominata in seguito il primo Centro di Permanenza Temporanea della storia. Oggi sappiamo bene di che si tratta. Lì quegli uomini bestie erano sottoposti a visite mediche e psicologiche, trattati come ammassi di pulci e portatori di malattie, selezionati e dichiarati idonei o meno ad essere ammessi sul suolo americano per diventare, un giorno, cittadini americani. I malsani e i pazzi venivano rispediti a casa con le stesse identiche navi che lì li avevano portati.

Buona parte di quegli uomini-bestie sono nostri antenati.

Oggi non meno uomini si scagliano contro il loro destino rischiando la vita per potere raggiungere un posto dove la loro vita sia un po’ più dignitosa. Nella stragrande maggioranza dei casi il mare è sempre il loro unico amico-nemico, mezzo di sopravvivenza e anche morte.

Ammassati, stretti, corpi contro corpi, uomini, donne, bambini su barconi grandi poco più di una camera, si affidano al loro amico-nemico per continuare a sperare ancora. Spesso Lui li divora prematuramente, quasi come se la morte fosse l’unica via d’uscita; altre li spinge con la forza delle sue onde verso paesi sconosciuti. Lì non saranno più trattati come animali, bestie umane: soltanto come corpi di reato, merce illegale su una terra “libera”, “libera” di decidere cosa “farsene di tutti questi migranti”. Lei, figlia della grande migrazione.

Ieri noi, oggi loro. Un circolo vizioso che fa parte della ciclicità della storia. E domani? Non è un invito alla prevenzione, ma un pretesto a riflettere su cosa siamo oggi e perché, senza impedire che gli abitanti del nostro stesso pianeta possano perdere la loro libertà e la loro dignità solamente spostandosi da un punto all’altro di questa Grande Casa.

Siamo tutti in cerca della stessa cosa, tutti abbiamo bisogno di sentirci a casa e liberi di poter pensare al nostro futuro.

Pensiamo a quello che un tempo fu per i nostri avi Ellis Island. Pensiamo oggi cosa sono e cosa rappresentano per i migranti Pozzallo, Lampedusa, Otranto.

~ di AJB su 6 Giugno 2008.

Una Risposta to “Spinti dalle onde”

  1. [...] e internazionale, come ulteriore pretesto per tracciare una riflessione che riguardi il futuro e il passato del nostro modo di vivere il [...]

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