Quel sottile legame tra “Cosa Nostra” e Berlusconi.
•2 dicembre 2009 • Lascia un commentoMi sono imbattuto per caso in un articolo del quotidiano “Gli Altri”, firmato dal direttore Piero Sansonetti. Premetto che non scrivo per fare informazione, non spetta a me, ma perché in seguito alla lettura del pezzo di Sansonetti ho iniziato una lunga serie di ricerche, ispirato da qualche ricordo.
Qualche anno fa mi trovavo in zona Piazza Duomo, a Catania, in compagnia di un gruppo di amici. In quel momento, accanto a noi, dei signori discutevano animatamente e non ho potuto fare a meno di ascoltarli. Parlavano di politica. E di mafia. In particolare facevano riferimento agli attentati incendiari dei primi anni ‘90 contro i grandi magazzini “Standa” a Catania. La tesi sostenuta e confermata da tutti gli interlocutori era che questa serie di attacchi erano diretti all’allora presidente del Gruppo Fininvest (di cui faceva parte la grande catena), Silvio Berlusconi.
Gli articoli dei principali giornali del periodo, a mio avviso un po’ ingenuamente, fanno mille ipotesi sui possibili mandanti dei fatti dolosi, riportando persino un’alleanza tra boss e polizia per la ricerca di “chi incendia la Standa“. Soltanto nel 2004 il pm Antonio Ingroia ricostruisce la vicenda, confermando che l’attacco era stato fatto non soltanto per fini estortivi ma anche per far sì che Silvio Berlusconi facesse da tramite tra i boss di “Cosa Nostra” e l’allora capo del Governo, Bettino Craxi . Secondo la ricostruzione di Ingroia, gli attentati alla catena di negozi Standa terminarono grazie alla mediazione tra l’attuale senatore della Repubblica Italiana Marcello Dell’Utri e i boss di Cosa Nostra.
Nel 1992 avvengono le stragi in cui perdono la vita i giudici Giovanni Falcone (23 maggio) e Paolo Borsellino (19 luglio), le due scosse più grandi per l’opinione pubblica contro l’omertà mafiosa. Prima di rimanere vittima nella strage di via D’Amelio a Palermo, Paolo Borsellino rilascia due importanti interviste: una al settimanale del Tg5,Terra! (che sarà anche l’ultima), l’altra a due giornalisti francesi, Fabrizio Calvì e Jean Pierre Moscardò . In quest’ultima intervista, il magistrato parla soprattutto di un certo Vittorio Mangano e del suo ruolo di “uomo d’onore” all’interno della criminalità organizzata, confermando che costui è una delle “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. L’uomo inoltre ha avuto evidenti contatti con i fratelli Dell’Utri e con Silvio Berlusconi (Borsellino conferma che c’era un’inchiesta aperta alla procura di Palermo proprio su Berlusconi e Mangano). Da quanto si sa Mangano infatti fu assunto nella villa di Arcore di Berlusconi nel 1974, proprio grazie a Dell’Utri, come stalliere. Fu licenziato dallo stesso Berlusconi non appena, sul finire degli anni settanta, Mangano si rese colpevole di stare organizzando il rapimento del figlio dell’imprenditore, Piersilvio. Il 28 novembre 1986 esplose una bomba nella villa di via Rovani (Milano) di Berlusconi , intimidazione sancita da quest’ultimo come un vero e proprio messaggio di Mangano, “una cosa fatta con molto rispetto, quasi con affetto” . Un legame dunque, forse più d’uno, tra l’imprenditore e l’esponente di Cosa Nostra, per il quale certamente non si può parlare di coincidenze.
Che ci siano stati contatti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi è comunque attestato. Si potrebbe anche ipotizzare che il suo coinvolgimento sia avvenuto contro la sua volontà. Inoltre troppe cose non sono chiare, poiché le vicende sono molto intrecciate e complesse e non tutte le fonti attendibili.
Non si sente inoltre tanto parlare della seguente interpretazione dei fatti: gli attentati dei primi anni novanta alla Standa potrebbero essere degli avvertimenti all’economia nazionale e principalmente a Silvio Berlusconi, il principale rappresentante. Forse perché Cosa Nostra voleva che poteri economici esterni rimanessero fuori dal territorio siciliano (come è avvenuto!), garantendo però una “certa collaborazione” se ciò fosse avvenuto correttamente ed entro i loro termini.
Oggi la Sicilia è abbandonata e quasi inaccessibile ai poteri economici forestieri. Non c’è nessuna traccia di uno Stato democratico e vigile. Non c’è traccia di seri investimenti per la crescita e il miglioramento del tenore di vita. Sì, è una fantastica terra…abbandonata dallo Stato.
E non bisogna essere degli esperti per sapere che quando la mafia non uccide è perché non c’è nessuno che gli intralcia gli “affari”.
Anni da giganti
•29 novembre 2009 • 3 commenti
©foto di Maria Vittoria Trovato
“O oh, gente a noi, gente a noi…”
Trenta novembre 2006, e quell’urlo esplose. Sono già trascorsi tre anni. Ebbe inizio un “viaggio”. Ma non come quello della Compagnia della Contessa, no, più simile ad una compagnia di Scalognati, che viaggiano pur chiusi nella loro dimensione atemporale e aspaziale. Quella villa, la Scalogna, è divenuta davvero un luogo reale, un posto in cui il tempo di una storia letta (o recitata) surclassa il tempo che si suol considerare “reale”. E noi, spiriti scalognati, viaggiamo ricchi delle nostre follie, intoccati dalla frenesia imposta dalla mondanità.
Perché può esserci più arte in un capolavoro segreto che in opera maestosa esposta a tutti.
Noi viviamo forti della “nostra arte”, nostra segreta ricchezza che mai ostentiamo, ma coccoliamo e proteggiamo, come un bimbo il suo giocattolo più prezioso. Scalognati agli occhi di tutti: e questa pare essere la nostra più grande fortuna. Confinati agli “orli della vita” ci inventiamo lingue verdi, scrosci, lampi, fantasmi e li lasciamo vivere nel nostro silenzio, lasciandoci prendere da voli fantastici, e migriamo, chiedendo sempre scusa ai grandi, perché solo i piccini sono in grado di viaggiare con noi. Danziamo sulle parole, abbracciando i dolori della nostra storia, le nostre radici, i nostri peccati che fanno parte di noi e noi non possiamo tagliarli fuori dalla nostra vita e dalla nostra arte.
Soltanto una paura mi affligge: rimanere mito incompiuto di noi stessi.
uno scalognato.
Se questo è un Paese.
•5 ottobre 2009 • 1 commentoMercoledì 30 settembre. I giornali danno le prime notizie della terribile alluvione che ha distrutto la provincia di Messina (Sicilia). Sono circa 16 le vittime e ancora tanti dispersi. Nei giorni successivi il bilancio è destinato a salire. I cronisti dicono che assistono a scene surreali: smottamenti, fiumi di fango, case che si sgretolano come fossero di cartapesta. I soccorsi tardano ad arrivare per le condizioni meteorologiche sempre pessime. I cittadini cercano comunque di darsi da fare, si cerca di soccorrere chi è “meno fortunato”: in queste situazioni di dolore, l’umanità dei più coraggiosi diventa l’unico pilastro sicuro a cui potersi aggrappare.
Lunedì 5 ottobre. Le condizioni meteorologiche sono migliorate, ma si continua ancora a scavare nel fango. Le vittime “recuperate” sono 26. I dispersi sono ancora 34. Nelle ore successive alla prime drammatiche notizie sulla tragedia, qualcuno ha subito tirato fuori il caso dell’abusivismo, ovvero delle case (crollate e pericolanti) costruite in posti idrogeologicamente pericolosi. E’ subito polemica politica. Anche i giornalisti sembrano cambiare tono: domandano agli alluvionati come hanno fatto a costruire le case in punti così pericolosi e perseguitano i costruttori interrogandoli sulla legalità e legittimità del loro lavoro. Intorno ancora tanto fango, e chissà quanti corpi senza vita.
Una tragedia è diventata un problema politico. C’è chi ha ancora il coraggio di parlare di Ponte sullo Stretto come rimedio (peccato che si ritardano i lavori!). C’è chi parla solo di abusivismo come principale causa di questa grande tragedia. C’è chi gioca e non ricorda con una stupida fascia al braccio o con uno stupido minuto di silenzio che un’alluvione ha distrutto la vita di 26 suoi fratelli italiani. C’è chi parla solo di idiozie, facendo dimenticare che delle persone innocenti sono morte.
Questo non è un Paese.
